“La Guerra in Casa”
Regia di Fabrizio Franceschelli e Anna Cavasinni

Strage dei Limmari, Pietransieri (AQ) | Fausto D’Aloisio
Video a cura di Gotico Abruzzese  (https://www.goticoabruzzese.it/pietransieri-eccidio-limmari/)

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Guerra e Resistenza in Abruzzo, intervista allo storico Costantino Felice: “Condivido tesi del ‘fascismo eterno’, nel Paese e in regione quadro politico e culturale di miseria e squallore”

di  Roberto Ciuffini

“Assistiamo a comportamenti, a gesti, a linguaggi che richiamano, talvolta anche in forme esplicite, il fascismo. Il sovranismo e il nazionalismo sono tratti tipici del fascismo e del nazismo. Condivido le tesi di Umberto Eco sul ‘fascismo eterno’”.

Costantino Felice è uno storico. Ha scritto l’opera più ampia e approfondita sulla guerra e la Resistenza in Abruzzo, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo (Donzelli). Docente di storia economica all’Università D’Annunzio, Felice – che è anche un importante studioso del Mezzogiorno, al quale è dedicato il suo ultimo libro, Mezzogiorno tra identità e storia. Catastrofi, retoriche, luoghi comuni (sempre Donzelli, 2017), al cui centro c’è il terremoto dell’Aquila – è preoccupato dal processo di svilimento del significato della Resistenza e del 25 aprile in atto in Italia. Nel nostro Paese, dice il professor Felice a NewsTown, ci sono segnali allarmanti di un ritorno in auge del fascismo: “il quadro offerto dal governo nazionale, come anche da quello regionale” è un quadro “di tale miseria e squallore, tanto sul piano politico quanto su quello culturale” che “dovrebbe preoccupare e scuotere chiunque abbia un minimo di senso civico”.

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Professor Felice, l’Abruzzo pagò un prezzo altissimo all’occupazione nazista e alla guerra: mille civili uccisi, molti dei quali caddero vittime di stragi come quelle di Pietransieri e Gessopalena; tre campi di concentramento; decine di confinati politici. Questo tragico tributo, benché a livello storiografico sia stato documentato, è ancora poco conosciuto a livello di opinione pubblica.

“In Abruzzo, come del resto sul piano nazionale, permane indubbiamente un vuoto di conoscenza storica, o comunque tendono a prevalere versioni superficiali e spesso mistificanti della guerra e della Resistenza. Non che manchino studi approfonditi e rigorosi. Sul piano storiografico (intendo l’indagine storica condotta su basi scientifiche) comincia anzi ad aversi – anche nella nostra regione – un quadro conoscitivo abbastanza solido e sostanzialmente condiviso tra gli studiosi più seri e avveduti. Da parte della cosiddetta pubblica opinione se ne ha però scarsa cognizione. Per responsabilità dei mezzi d’informazione anzitutto (si pensi a quelle che vengono spacciate per rubriche storiche nei nostri maggiori canali televisivi), ma anche degli istituti storici istituzionali e delle stesse associazioni che si richiamano al movimento partigiano”.

Che caratteristiche ebbe l’occupazione nazista in Abruzzo?

“Sul suolo abruzzese la «linea Gustav» ristagna dall’ottobre 1943 al giugno dell’anno dopo, seminando ovunque morte e distruzioni. Qui le popolazioni civili, entro quadri geografici e storici molto peculiari, vengono coinvolte – da parte dell’esercito nazista e dei suoi servitori fascisti – nelle forme più tipiche e atroci del secondo conflitto mondiale: evacuazioni in massa, bombardamenti, stragi (non solo Pietransieri, ma anche Collebringioni, Santa Cecilia, Sant’Agata, Capistrello, Filetto, Onna, Bussi, Pineta di Pescara), scontri all’arma bianca, fino alla «terra bruciata». A livello europeo, tolto il fronte orientale, è qui che la «guerra in casa», che è guerra totale, per prima infierisce brutalmente. Solitamente di questo scacchiere bellico nella pubblica opinione – e anche nella letteratura corrente – viene ricordata la «battaglia di Cassino», facendone così risaltare soprattutto, se non esclusivamente, il versante tirrenico, dal lato strettamente militare come pure da quello resistenziale. Ma anche le battaglie – dal Sangro a Ortona – che nel 1943-44 si combattono in Abruzzo, sul versante adriatico, sono tra le più cruente e rovinose della guerra”.

In Abruzzo ci fu anche un ricco mosaico di bande ed eventi resistenziali, a iniziare, naturalmente, dalla Brigata Maiella. Quali furono i caratteri precipui della resistenza abruzzese e quali furono, secondo lei, gli episodi più importanti?

“Nel particolare contesto abruzzese di cui dicevo, ancor prima che al Nord, prende corpo un robusto movimento partigiano, dai tratti originali e anticipatori, la cui punta più avanzata – la Brigata Maiella – continuerà a combattere con gli Alleati, secondo modalità proprie, fino alla liberazione dell’Italia intera. Oltre alla Brigata Maiella, della Resistenza abruzzese gli altri episodi che maggiormente si ricordano sono la rivolta ottobrina di Lanciano e la «battaglia» di Bosco Martese. Si tratta di vicende rilevantissime non solo sul piano regionale, ma anche nazionale ed europeo. Occorre tuttavia aver presente che il partigianato abruzzese, non solo quello cosiddetto umanitario ma anche quello propriamente armato, ha raggiunto dimensioni e livelli di maturità organizzativa e combattiva che vanno ben oltre questi tre «eventi» (chiamiamoli così) resistenziali: decine e decine di bande che andrebbero studiate e considerate analiticamente ciascuna per conto proprio”.

Una foto della Brigata Maiella

Una foto della Brigata Maiella

Gilberto Malvestuto, ultimo superstite della Brigata Maiella, 98 anni appena compiuti, disse qualche tempo fa in un’intervista: “L’Italia di oggi non è degna del nostro sacrificio”. Secondo lei che significato ha oggi, per gli italiani, soprattutto per le nuove generazioni, il 25 aprile?

“Concordo pienamente con Malvestuto. Per celebrare degnamente il 25 aprile in Abruzzo, soprattutto da parte delle nuove generazioni, occorre conoscere il ricco mosaico di bande ed eventi resistenziali (a cominciare, come si diceva, dalla «battaglia» di Bosco Martese e dalla rivolta di Lanciano) che hanno contrassegnato la nostra regione. Ne uscirebbero ampiamente revisionati convincimenti che sul piano generale sembrano definitivamente acquisiti. Ma soprattutto ci si renderebbe conto di quanto siano mistificanti certe letture d’impostazione socio-antropologica (o anche letteraria), e di quanto siano ancora più deformanti certi revisionismi vecchi e nuovi che impazzano anche nella nostra regione (anche qui circolano nei canali televisivi e sui giornali dei piccoli Pansa). Partendo dal nostro specifico quadro regionale, potrebbe ricavarsi uno spaccato molto variegato, per diversi aspetti inedito, della guerra e della Resistenza in Italia, con la messa a fuoco di questioni cruciali per il ricorrente dibattito culturale sul quale si plasma l’identità della nazione”.

In Italia è in corso da qualche tempo un dibattito su un presunto rischio di ritorno del fascismo. Da un lato c’è chi sostiene che alcuni tratti dei movimenti populisti e sovranisti contemporanei ricordino quelli del fascismo e che la crescita, in termini sia numerici che di visibilità e di consensi tra la popolazione, di alcuni movimenti di chiara matrice neofascista, come Casa Pound o Forza Nuova, o neonazista, sia un chiaro indicatore della concretezza di questo rischio. Dall’altra parte, invece, c’è chi, per esempio Emilio Gentile, uno dei più grandi storici del fascismo, non è d’accordo con questa lettura e afferma che nella storiografia non si possono fare analogie e che la storia non si ripete mai uguale a se stessa. Lei cosa pensa: siamo davvero di fronte a un ritorno in auge del fascismo nel nostro Paese?

“Dire che la storia non si ripete è semplicemente una banalità. Ovviamente Salvini non è Mussolini, né assisteremo a una nuova marcia su Roma, ma ci sono vicende che, in forme diverse e inedite, si ripetono. Occorre saperle riconoscere prima che sia troppo tardi. Condivido le tesi di Umberto Eco sul «fascismo eterno». Assistiamo a comportamenti, a gesti, a linguaggi che richiamano, talvolta anche in forme esplicite, il fascismo. Del resto il sovranismo e il nazionalismo sono tratti tipici del fascismo e del nazismo. Il quadro offerto dal governo nazionale, come anche da quello regionale – governi di estrema destra (per me anche i Cinque Stelle sono un movimento di estrema destra), non lo si dimentichi – è un quadro di tale miseria e squallore, tanto sul piano politico quanto su quello culturale (ma qui di cultura non è nemmeno il caso di parlare), che dovrebbe preoccupare e scuotere chiunque abbia un minimo di senso civico”.

Lei, tempo fa, insieme ad altri storici e intellettuali abruzzesi, sostenne la necessità dell’istituzione di un Museo regionale della Resistenza. Sono stati fatti passi avanti in tal senso?

“Nelle attuali condizioni politiche e culturali della nostra regione – ma lo stesso vale per l’Italia nel suo insieme – non vedo alcuna possibilità che progetti di questo genere possano avere un qualche seguito. Il tracollo prima che politico – ripeto – è propriamente di tipo culturale”.

* Costantino Felice, docente di Storia economica presso l’Università D’Annunzio di Pescara, si occupa di economia e società nel Mezzogiorno, con particolare riguardo all’Abruzzo e al Molise. Ha curato il volume L’Abruzzo della collana «Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi» (Einaudi, 2000). È autore, fra l’altro, di Dal borgo al mondo (Laterza, 2001) e, per i tipi della Donzelli, ha pubblicato Verde a Mezzogiorno. L’agricoltura abruzzese dall’Unità a oggi(2007); Il Mezzogiorno operoso. Storia dell’industria in Abruzzo (2008); Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo (2014); Mezzogiorno tra identità e storia (2017).

Tratto da www.newstown.it

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Pietransieri (L’Aquila), perché?

21.11.1943

armadio_vergognaA Pietransieri, frazione di Roccaraso (L’Aquila), ne massacrarono 127. Ne è rimasta, nelle carte di giustizia, questa labile traccia.
“Letti gli atti del procedimento nei confronti di Kesserling, indicato come ‘Feldmaresciallo delle SS germaniche’, non meglio individuato, in ordine al reato di ‘violenza con omicidio continuato’ (artt. 13,47,185 c.p.m.g. 81 e 575 c.p.), così modificato l’originario capo di imputazione, indicato quale responsabile dell’uccisione di centoventisette civili italiani, avvenuta nella mattinata del 21 novembre 1943, in località Limmari, contrada di Pietransieri, frazione di Roccaraso, iscritto nel registro ‘mod. 21’ delle notizie costituenti reato militare, ex art. 335 c.p.p., in data 17 ottobre 1995, a seguito della ricezione della nota numero 6170/SOPP., qui pervenuta in data 12 novembre 1994, della Procura generale militare presso la Corte militare di Appello di Roma, relativa alla trasmissione di ‘vari atti processuali’ rinvenuti presso l’archivio dei soppressi Tribunali militari di guerra, il ministero di Grazia e Giustizia del Land Baden-Württemberg della Repubblica federale di Germania, già con la lettera numero 411 E – 16/96 del 8 ottobre 1997, in risposta alle richieste di assistenza legale avanzate da questa Pro- cura (quella militare di Roma, n.d.a.) relative a indagini preliminari su crimini di guerra commessi durante la seconda guerra mondiale da appartenenti alle forze armate germaniche in danno di civili e militari italiani – rispondeva, preliminarmente, che ‘…Molti dei nomi elencati: o non figurano in questo schedario o vi assomigliano solo in parte. In tutti i casi non vi è stato alcun riscontro riguardo ai luoghi indicati, che qui si conoscono solo in parte. Alcuni nomi qui compaiono più volte ripetuti per cui, in mancanza di ulteriori generalità, non è possibile accertare l’identità […]’.
“Relativamente all’indicato Kesserling, sono stati forniti i seguenti elementi:

Kesserling Albert, ex feldmaresciallo, nato a Marksteft, probabilmente il 30 novembre 1885, deceduto a Bad Nauheim il 15 luglio 1960.
“Considerato che, relativamente al Kesserling, il reato è estinto per morte del reo e che, per quanto attiene alla posizione dei soggetti compartecipi dell’azione delittuosa, rimasti ignoti, ulteriori accertamenti non risultano concretamente configurabili;
“Visti gli artt. 415 c.p. e 216 c.p.m.p.
“Si chiede che il giudice per le indagini preliminari in sede voglia disporre l’archiviazione del procedimento e ordinare la conseguente restituzione degli atti a questo Ufficio”.
Così è stato.
Furono apposte delle lapidi, venne eretto anche un monumento-ossario, a ogni ricorrenza tutti a recarsi in piazza per sentire i discorsi. Ma nessuno qui, come quasi dappertutto nelle tante località delle stragi, a battersi, a imporre una volontà di giustizia, a cercare di rimarginare quella vecchia, orrenda ferita nell’unico modo possibile, quello di esigere la punizione dei colpevoli. Perché?
Mario Liberatore, più volte sindaco di Roccaraso, dà la sua spiegazione: “Penso perché la mia comunità, e ritengo non solo la mia, non credeva più nello Stato, quindi nei processi, dopo l’oscurantismo del periodo fascista. Del resto non sono i processi che possono sanare compiutamente certe situazioni. E, così, ci si è portati addosso, con cristiana rassegnazione, il dolore per un delitto assolutamente immotivato per lo meno agli occhi della gente comune, della gente normale. Certamente avrà pure influito il passaggio tra la guerra e la liberazione con le conseguenti nuove esigenze: il lavoro, la ricostruzione, la complicata traversata dalla dittatura alla democrazia… Tra l’altro le ricerche sul massacro partirono con ritardo, nel 1946, e si interruppero un anno dopo. Oggi se ne conosce il motivo: tutto finì nell’Armadio della vergogna”.
Delle indagini si occupò il War Crime Group sezione di Padova. Incaricato di redigere il rapporto fu il capitano inglese R.L. Stayer. Lo firmò il 9 novembre 1947. Nonostante tutto è dettagliato: luoghi, personaggi, piste da seguire, suggerimenti per ulteriori indagini. Perfino nazisti da “rintracciare e catturare”. E via una lunga lista: il generale Heidrich, il tenente colonnello Schultz, il maggiore von Shulemburg (ricercato anche per la strage di Matera, n.d.a.), il capitano Schulder, il soldato Paul Haas… Erano tutti lì, all’epoca dei fatti. Dovevano sapere. Probabilmente avevano visto. Addirittura, potevano aver materialmente compiuto la strage. Niente. Non si fece nulla.
Nel suo rapporto il capitano Stayer specificò chi erano le vittime: 34 bambini sotto i dieci anni, 53 donne, 22 anziani. Gli uomini erano quasi tutti fuggiti pensando che li cercassero per avviarli al lavoro obbligatorio. Ma non fu un rastrellamento, bensì un assassinio di massa. I morituri, increduli, piangenti, incerti della propria sorte, furono tirati fuori dai casolari, uccisi negli spiazzi. Il gruppo più consistente fu sterminato ai Lemmari, il cui nome esatto è, ironia della sorte, valle della vita. La “brillante operazione” cominciò e si concluse domenica 21 novembre 1943. Spiega Liberatore: “Ma non è vero che ci fu solo indifferenza o scarsa memoria. Nel 1997 commissionai un’indagine storiografica assai approfondita. Questo il risultato: si trattò di un atto di puro terrorismo legato all’esigenza maniacale dei nazisti di tenere sgombra e libera l’area di sicurezza delimitata dallo sperone montuoso di Pietransieri, dove loro si erano annidati, e il Sangro, intorno alle cui rive si erano attestati gli alleati”.

Tratto da “L’armadio della vergogna” di Franco Giustolisi

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Il giorno dell’orrore

di Mario  Setta – 21 Novembre 2010

Roccaraso.- Sulle stragi perpetrate durante la seconda guerra mondiale restano spesso impuniti e perfino sconosciuti i criminali. La stessa documentazione, succinta e lacunosa, è finita nel cosiddetto “armadio della vergogna” (cfr. “L’armadio della vergogna” di Franco Giustolisi, ed. Nutrimenti, Roma 2004). Ma la strage di Pietransieri, frazione di Roccaraso, resta un mistero ancora più oscuro: 128 persone, in gran parte donne e bambini, assassinati. Senza ragione. Senza responsabili. Senza mandanti. Un solo nome: la guerra.    Quel 21 novembre 1943 fu il giorno dell’orrore.
E, purtroppo, un giorno d’orrore sconosciuto alla stragrande maggioranza degli italiani. E, quel che è peggio, alla stragrande maggioranza degli abruzzesi.
Sarebbe auspicabile che, almeno nelle scuole abruzzesi, diventasse “giornata della memoria” per la conoscenza dei fatti e per la riflessione.  Studenti delle scuole superiori di Roma sono venuti qualche anno fa a visitare il Sacrario di Pietransieri e i casolari di Lìmmari, dove si era verificato l’eccidio. Anche per gli studenti delle scuole di Sulmona e della Valle Peligna, il 21 novembre 2002, fu organizzata una visita al sacrario e un incontro di riflessione al quale partecipò il presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
Sono state visite occasionali, che meriterebbero di essere istituzionalizzate.
Comunque, a Pietransieri, ogni anno la sera del 21 novembre, dalle masserie di Limmari si snoda una processione silenziosa fino al Sacrario. In silenzio, perché l’eco delle grida di quelle vittime innocenti risuona ancora per tutta la vallata.
Di quell’orrore c’è la testimonianza di una sopravvissuta, allora bambina di sette anni, Virginia Macerelli,  raccontata e raccolta dagli studenti che hanno collaborato alla stesura del libro di ricerca storica dal titolo “E si divisero il pane  che non c’era”. Una testimonianza sconvolgente, emozionante.  (Prima di leggerla, procuratevi un fazzoletto per asciugarvi le lacrime, come è successo a tanti ragazzi).
Eccola:

«A novembre, cominciarono a venire i tedeschi.
Dicevano che dovevamo scappare perché il paese doveva essere distrutto.
Si sono presi tutti gli uomini per la guerra, anche mio padre ed altri due miei fratelli, quelli più grandi.
Dopo, Pietransieri è stata sfollata, perché bombardavano il paese e mettevano fuoco alle case.
Siamo andati alle masserie, a Limmari. Mia madre con sei figli è andata a Limmari e siamo stati per due notti sotto un albero, con una tenda. Avevamo tutti fatto delle tende.
I tedeschi venivano, ci interrogavano, bombardavano il paese e prendevano tutti gli animali, i maiali e quello che trovavano.
Il 16 novembre per primo hanno preso mio fratello. L’ hanno portato a Pietransieri con i maiali e l’hanno ucciso. Poi hanno preso l’altro mio fratello e l’hanno ucciso in un boschetto.
Noi siamo rimasti sotto la tenda per altri cinque giorni.
Poi, il 21 novembre, sono venuti di nuovo i tedeschi dicendo che dovevano ammazzare tutti quanti… Poi venne un tedesco, era bravo, e ci disse che dovevamo scappare, perché sarebbe venuta la SS e tutti kaputt. Con la mano aveva fatto cenno: tutti kaputt. Abbiamo cominciato a scappare verso Castel di Sangro…
Dopo mezz’ ora è arrivata la SS e ci hanno raggruppati.
C’era un tronco d’albero e hanno fatto sedere la gente intorno.  Poi hanno messo una mina, grande come un vaso di fiori e l’hanno fatta saltare. Dopo che la mina era scoppiata, i tedeschi cominciarono ad uccidere i feriti con la mitragliatrice.
Io stavo sotto braccio a mamma. Ero la più piccola dei figli. Si sa che quando c’è un pericolo la madre stringe a sé tutti i figli. Io ero la più piccola e così mi ha abbracciato. Mia madre aveva uno scialle sulle spalle e come i tedeschi hanno mitragliato  è caduta ed è morta all’ istante.
Io sono caduta sotto a mamma e sono rimasta lì, lo scialle di mamma mi aveva coperto…
Tutti strillavano. La prima volta che hanno cominciato ad uccidere che urli si sentivano!
Poi è rimasto solo silenzio. Non si sentivano neanche più gli uccelli. Niente! Non si sentiva niente. Tutto il mondo era silenzio. Sono rimasta lì sotto a mamma, zitta, non parlavo. Ero piena di buchi, sono piena di buchi. Buchi che passano da parte a parte. Dopo un po’ ho cominciato a muovermi, ma ho visto che c’erano solo morti. Uno sopra l’altro, tutti morti.
Avevo alzato la testa quando ero ancora sotto a mamma ed avevo visto mio fratello che mi stava vicino. Mi ha detto: Virginia, è morta mamma? Io gli risposi di sì. Era morta sull’istante, l’avevo morta su di me. Mio fratello aveva un buco fatto con la mitragliatrice. Un buco da parte a parte che gli aveva trapassato un occhio. Poi, dopo che gli avevo risposto, abbassò la testa e morì anche lui…
I tedeschi si erano allontanati un bel po’, avevano ammazzato e se ne erano andati. Dopo un po’ però sono ritornati  per vedere se i morti erano davvero morti. Andavano con la pistola in mano, e con il piede spostavano la gente. Allora io abbassai la testa sotto lo scialle di mamma e così non mi videro. Chi invece si muoveva ancora, veniva ucciso con un colpo di pistola alla testa. Sono rimasta sotto a quei cadaveri per due giorni e due notti.
Poi, dopo tutto questo tempo, ho visto due donne di Pietransieri che venivano lì vicino. Allora le chiamai, perché le avevo riconosciute e chiesi loro se mi potevano portare via. Mi sollevarono dai morti e mi portarono vicino ad un ruscello d’acqua. Poi mi dissero: “Adesso vediamo se c’ è qualcuno della tua famiglia, così ti mandiamo a prendere. Tu aspetta qui”.  Loro non mi poterono portare via, perché ognuno cercava di  scappare  per salvarsi.
Sono rimasta vicino a quel ruscello un’altra notte, insieme ad un ragazzo che si era salvato. Questo ragazzo stava peggio di me, era ferito gravemente alle mani e poi non poteva camminare.
Quella notte, quelle due donne ci misero dentro ad una mangiatoia in una masseria, dove c’erano gli animali. Era notte tardi e vennero ancora i tedeschi. Questa volta misero fuoco alla masseria. Cadevano tutte le travi di legno del soffitto. Ci cadevano addosso grossi carboni. Dissi a quel ragazzo che si chiamava Flavio: “Se non ci hanno uccisi i tedeschi, mica dobbiamo morire abbruciati”, e così siamo saltati giù dalla mangiatoia. Poi tutti e due ci siamo rotolati per terra e siamo usciti dalla masseria. Siamo andati vicino ad un ruscello d’acqua. Stavamo tutti e due stesi per terra.
La mattina seguente, i tedeschi andavano ancora in giro con il fucile in mano. Così dissi a Flavio: “Questi abbaiano come i cani, quindi non sono italiani. Tornano un’altra volta”. Forse è stato Iddio…..Stavamo stesi per terra come morti, e come i tedeschi sono venuti ci puntavano il fucile dietro le spalle, e con il piede ci muovevano per vedere se eravamo morti.  Niente. Noi non ci siamo mossi. Né io né Flavio. Quelli dissero: “ja, ja, kaputt, kaputt” e se ne andarono.
Più tardi, sempre di mattina, arrivò mia nonna che era viva e che era stata in un’altra masseria. Quelle donne che mi avevano visto le avevano detto che stavo lì.
La sentivo strillare. Chiamava e chiamava i miei fratelli, mia sorella e mia mamma, ma sapeva che erano morti. Lo faceva con disperazione. Poi chiamava me: “Virginia, Virginia”. Era venuta con un’altra donna. Si avvicinarono ed avevano una pizza fatta con il pane. Quelli sono bambini ed avranno fame, pensavano. Ma io neanche dopo otto giorni ho potuto mangiare.  Quel ragazzo invece ha preso la pizza e l’ ha mangiata.  Mia nonna quel ragazzo non l’ha potuto portare. Era ferito peggio di me. Quando mia nonna mi prendeva sotto le gambe io strillavo, se mi prendeva sotto le braccia lo stesso.
Mia nonna diceva: “Come faccio a portarti, figuriamoci Flavio”. Poi mi prese per una spalla, dove avevo meno dolore e mi caricò su di sé. Quel ragazzo è rimasto lì, nonl ’hanno potuto portare.
Mi hanno portato in una masseria dove c’era tanta gente di Pietransieri, che si era salvata.
Quando mi videro ero un vaso di sangue. I panni mi si erano attaccati  addosso, ero senza scarpe… Non sapevano dove mettere le mani. Dicevano: “E ora come facciamo?” Non mi potevano toccare perché i panni mi si erano attaccati addosso; dopo quei giorni il sangue si era assutto addosso.  Così prepararono un caldaio d’ acqua, lo misero in una bagnarola  e mi calarono lì dentro per un bel po’. Poi una donna di Pietransieri, che ora è morta, cominciò con una forbice a tagliare piano piano i vestiti. Quando mi tolsero tutto e videro tutti quei buchi, tutte quelle ferite, strillarono loro per me.
Io ho cinque buchi,  al braccio, al petto e alle gambe. Alla fine mi lavarono tutta e con qualcosa di lino mi disinfettarono i buchi. Dopo mi avvolsero dentro un lenzuolo, senza mettermi niente addosso e  mi sistemarono in quella masseria. Acqua e sale mi hanno guarito…
Le donne che mi avevano curato andarono il giorno dopo a prendere Flavio, per salvare quell’altra anima di Dio. Così dicevano le donne di allora. Ma non era andato nessuno a prenderlo. Aveva camminato molto perché lo ritrovarono in un’altra masseria. Morto.
Dopo, da Pietransieri io, mia nonna e quella vecchietta andammo a S. Demetrio, dove siamo rimasti fino alla fine della guerra… »

Virginia Macerelli ha sposato nel 1956 Ettore D’Amico di Pietransieri nella chiesetta-sacrario costruita per ricordare l’eccidio perpetrato dai tedeschiEttore e Virginia, dopo il matrimonio,  sono emigrati per motivi di lavoro  in Inghilterra, dove sono rimasti  una ventina  d’anni. Oggi risiedono nuovamente a Pietransieri.
(Testimonianza contenuta nel libro “E si divisero il pane che non c’era”, a cura del Liceo Scientifico Statale Fermi di Sulmona, nuova edizione a cura dell’Ass. Cult. “Il sentiero della libertà/Freedom Trail”, ed. Qualevita, Torre dei Nolfi 2010, reperibile nelle librerie di Sulmona). 

Tratto da: www.rivisondoliantiqua.it

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Pietransieri
a 62 anni dalla strage

Roccaraso (nota località turistica in provincia dell’Aquila) nei giorni 19-20-21 novembre ha ricordato l’eccidio avvenuto nel 1943 in località dei Limmari, della frazione Pietransieri di Roccaraso, dove 128 abitanti (34 bambini, 53 donne e 41 uomini in gran parte anziani) furono trucidati senza alcun motivo dai nazisti. Un assassinio di massa vile e disumano, perpetrato contro gente mite e semplice colpevole soltanto di essere italiana.

Ha dato il via alle cerimonie celebrative dell’eccidio – promosse dal Commissario Prefettizio di Roccaraso Franca Santoro – la presentazione del libro di Claudia Sette “Pietransieri, viaggio nella Memoria” che si è tenuta il 19, a Pietransieri, nella chiesa di San Bartolomeo Apostolo. Il giorno successivo gli alpini hanno dato vita alla tradizionale “fiaccolata del Ricordo”. L’intensa giornata del 21 è iniziata con la Messa, celebrata in memoria delle vittime dell’eccidio, nella Chiesa di San Bartolomeo a Pietransieri, ricolma di abitanti del luogo, autorità civili e militari – tra cui il Sen. Nicola Mancino e il Prefetto, le rappresentanze delle associazioni di alpini e dell’ANFCDG di Teramo (familiari delle vittime e dispersi di guerra) – e tanta, tanta gente della montagna ma, soprattutto, bambini e giovani delle scuole medie e superiori di Pescocostanzo, Roccaraso, Pietransieri e Sulmona, accompagnati dai loro professori e presidi.

Seria e composta la partecipazione dei giovani studenti che hanno seguito la funzione religiosa e i cori dei loro compagni che hanno cantato l’Inno d’Italia e l’aria dal Nabucco “Va pensiero”. Un corteo silenzioso ha quindi percorso le strette vie di Pietransieri, calpestando la neve resa ghiaccio dal freddo pungente, alla volta del Sacrario dedicato alle 128 vittime della barbarie nazista.

La cerimonia al Mausoleo è stata breve ma intensa. Al suo interno piccole epigrafi con il nome e l’età delle vittime: nomi scritti nel marmo che, un tempo, erano persone con sogni e pensieri, gioie e dolori.

rendinaDavanti al Sacrario, in cima alla ripida scalinata, si è tenuta la cerimonia ufficiale per ricordare i Martiri. Per prima ha preso la parola il Commissario Prefettizio poi, in rappresentanza del Presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco (assente per improvvisi impegni) il direttore generale della regione e l’autore del libro “L’armadio della vergogna” Franco Giustolisi, (membro del CD dell’ANPI di Roma) che ha sottolineato come «prima della pace deve esserci giustizia» (nella parte conclusiva della Messa si era ricordata più volte la pace) prima dell’intervento conclusivo del Sen. Mancino. La deposizione delle corone ha concluso la cerimonia di Pietransieri.

In tarda mattinata nella sede consiliare del Comune di Roccaraso, Mario Liberatore ha presentato il libro di Franco Giustolisi “L’armadio della vergogna”, con una appassionata disamina degli episodi in esso contenuti, riassumendo con trasporto le drammatiche vicende delle migliaia di vittime innocenti riportate nel libro. Soprattutto perché fortemente impegnato, da sindaco prima e da compaesano poi, nel tenere viva la Memoria dei Martiri di Pietransieri. Alla presentazione del libro ha partecipato l’on. Nicola Mancino, apprezzato per le parole, non di circostanza, pronunciate davanti al Mausoleo eretto in Memoria dei Martiri dei Lemmari di Pietransieri e nella sala consiliare di Roccaraso.

Franco Giustolisi ha concluso i lavori della giornata, con il suo stile dissacratorio, ricordando ai politici di sinistra di mettere più coraggio nella richiesta di processare i colpevoli delle stragi avvenute nel nostro Paese, non dimenticando quello che è stato; e ai politici della destra di non continuare a tentare di minimizzare quella che è, purtroppo, la pagina più drammatica del popolo italiano. Ricordando che le vittime delle stragi, non hanno bisogno solo di corone e discorsi, ma soprattutto di giustizia per poi riposare in pace.

Ernesto Nassi

Da Patria Indipendente – 29 gennaio 2006

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Gonfalone Roccaraso

Eccidio dei Limmari – 21 Novembre 1943

Il 21 novembre del 1943, in Località Limmari di Pietransieri, frazione del Comune di Roccaraso, le truppe tedesche consumarono una delle più atroci ed orrende stragi che la storia ricordi, durante la quale persero la vita 128 vittime innocenti. La barbarie nazista si accanì contro persone inermi: bambini, donne e anziani indifesi. Altro non fu che un efferato delitto. Per noi, oggi, rappresenta uno dei sacrifici grazie ai quali fu possibile la riconquista della perduta libertà d’Italia. Un pesante tributo pagato dalle nostre umili genti. L’Amministrazione che ho l’onore di guidare commemora, come ogni anno, quella tremenda pagina di storia, con una celebrazione che si svolge nel Sacrario dei “Limmari” di Pietransieri il 21 novembre, dove i nomi delle vittime ci ricordano, oggi con maggiore intensità, che, di fronte alla follia della guerra, la prima vittima è proprio la fragilità umana. Per molti anni questa immane strage è rimasta senza un colpevole. Il 2 Novembre 2017 il Tribunale di Sulmona ha dichiarato La Repubblica Federale di Germania, quale successore del Terzo Reich, colpevole per l’efferato Eccidio dei Limmari. All’interno delle motivazioni è stato spiegato che “la verità è che una simile strage fu resa possibile proprio dalla sistematica accondiscendenza, quando non dalla sollecitazione, da parte dei vertici dell’esercito tedesco di tali atti di assassinio, sterminio, deportazione e violazione della vita privata ai danni della popolazione civile e con il dichiarato fine di contrastare qualsivoglia pericolo alla supremazia tedesca”. E che lo sterminio degli abitanti di Pietransieri fu, “più cinicamente, lo strumento attraverso il quale l’esercito tedesco, intimorito dall’avanzare delle avanguardie alleate, fece piazza pulita dei civili ancora presenti nella fascia di sicurezza”. La sentenza in questione rappresenta un riconoscimento importante che dà finalmente voce alla memoria dei caduti ed evidenzia le atroci responsabilità di questo ingiustificabile eccidio. Si tratta di una sentenza assai significativa che, pur non cancellando il dolore per gli avvenimenti di quella terribile strage, permetterà di progettare iniziative finalizzate ad insegnare alle nuove generazioni fondamenti e princìpi di memoria e di pace. Da anni il Comune di Roccaraso ha avviato un percorso finalizzato a rafforzare la memoria storica degli accadimenti di Pietransieri che rappresentano una ferita tristemente ancora aperta.

L’esercizio della memoria è il miglior modo per consentire ai giovani, attraverso la conoscenza del passato, di capire quanto accade oggi ed evitare così che abbiano a ripetersi ancora una volta i tragici errori che sconvolsero la vita delle nostre famiglie. È impossibile non pensare alla tragedia di Limmari, al prezzo altissimo che la nostra comunità ha dovuto pagare. Dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia che ci permette di guardare al futuro a testa alta, restando saldamente aggrappati alla radici del nostro territorio. Un esercizio di memoria importante e prezioso. Ricordare vuol dire non perdere la nostra propria identità e sostenere, come voi fate, il racconto e la rievocazione della storia del nostro paese.

Il Sindaco
Dott. Francesco Di Donato