La divisione assassina[1]

Fivizzano, Marzabotto, Stazzema, la Certosa di Farneta…

Sono alcune delle sanguinose tappe della famigerata 16a divisione SS Reichsführer. Quella di Walter Reder, condannato per i mille morti di Marzabotto. Quella di tanti altri criminali di guerra che non hanno mai pagato per i loro delitti.

L’inchiesta su Stazzema, iniziata dopo la scoperta dell’Armadio della vergogna, si è conclusa nel settembre del 2003. Il lavoro svolto dalla Procura militare di La Spezia è stato di una difficoltà inaudita. Si sono dovute riprendere le fila di avvenimenti accaduti ben mezzo secolo prima con una serie di conseguenze naturali: morte di criminali e testimoni; carte introvabili, in parte distrutte, in parte rubate; l’impossibilità quasi costante di riconoscimenti non solo per il moltissimo tempo trascorso, ma anche perché spesso le SS portavano davanti al volto la retina che nascondeva le fattezze; circostanze inverificabili per nomi spesso incompleti o sbagliati; il dover ricorrere a continue rogatorie internazionali, senza collaborazione, talvolta dei magistrati locali.

Una specie di difficilissimo mosaico risolto con frequenti spostamenti a Berlino, Stoccarda, Brema, Friburgo, Amburgo, da una squadra di carabinieri bilingue guidata dal tenente colonnello Roberto D’Elia.

La 16a divisione SS Panzer Grenadier Division Reichsführer era la prediletta di Heinrich Himmler.  I suoi quadri, come riporta Carlo Gentile[2], provenivano dalla famigerata ‘Totenkopf’, i cui uomini si erano fatti le ossa, come lo stesso Reder e il capitano Anton Galler, responsabile di Stazzema, a Dachau e in altri lager.

L’anima più nera, di quelle anime nerissime, era quella del colonnello Helmut Loos, responsabile del servizio informazioni del comando di divisione: anche lui ex Totenkopf, anche lui passato per i campi di sterminio, aveva fatto una rapidissima carriera probabilmente anche grazie al fatto di essere un sostenitore di Lebensborn, l’operazione per la creazione della razza ariana con l’incrocio preselezionato di uomini e donne di comprovata purezza. Come uomo Gestapo era addetto al settore 4/4A ‘avversari ideologici’, cioè sette, chiese e massoneria. Fu lui, secondo quanto si è appreso, a ispirare l’assalto all’abbazia di Farneta conclusosi con l’uccisione di dodici certosini e di circa ottanta civili. Al processo tenutosi a Bologna nel 1951 dove Reder fu condannato all’ergastolo, Loos fu dato per morto. Non era così. Visse indisturbato a Brema sino al 25 novembre del 1988. Reder fu graziato negli anni Ottanta, sotto il governo Craxi, e accompagnato alla frontiera dalle autorità italiane. Tornato nel suo paese, in Austria, negò di aver chiesto perdono. La grazia? “L’ha chiesta il mio avvocato”.

Comandante della Reichsführer, dopo aver guidato la Totenkopf, era il generale Max Simon poi promosso al comando di un corpo d’armata: gli inglesi lo condannarono a morte, la sentenza fu tramutata in ergastolo, poi ridotta ulteriormente come è avvenuto per la quasi totalità dei criminali di guerra giudicati dagli alleati, tranne, si intende, quelli processati a Norimberga. Simon fece pochissimi anni di carcere, grazie anche alle calorose intercessioni dell’arcivescovo di Colonia, cardinale Frings, che lo definiva “uomo devoto e pio”. In una lettera del 5 maggio 1954 al “Mixed consultive Board”, il cardinale si indignava: “Avete liberato Kesselring, e lui, Simon perché no? I delitti di cui è accusato sono avvenuti durante l’inasprimento della guerra partigiana. Ha 54 anni, un figlio d 17 e la sua famiglia vive di assistenza pubblica. Max Simon è morto a Londra, libero, nel 1961

Fivizzano (Massa Carrara)

Fivizzano, agosto-settembre 1944. L’armonia struggente di una fisarmonica richiamava i sogni e la vita. Il crepitare incessante della mitraglia portava la morte, e tutto cancellava. Può sembrare una leggenda, un mito, ma è quel che accadde a Fivizzano, un paese in provincia di Massa Carrara, sotto le Alpi Apuane, tra il finire di agosto e i primi giorni del settembre del 1944.

I due suoni, dolce il primo, tremendo il secondo, si accavallavano come a sottolineare quella sinfonia di distruzione. Nei vaghi racconti di quel che resta della memoria, nessuno sa chi fosse il musico. Uno spettatore defilato; o una delle future vittime che i carnefici per diletto avevano obbligato, in sadica contrapposizione, a concertare il massacro; o uno degli assassini che aveva deposto temporaneamente le armi per dare estro alle sue improvvisazioni. Ma si sa chi furono i carnefici: nazisti e fascisti. Fecero centinaia di vittime, ben oltre cinquecento come a Sant’Anna di Stazzema. Ma il silenzio ha coperto con la sua coltre impenetrabile  questo passato cui si deve ancora giustizia, storia e ricordo.

Nel 1944 a Fivizzano in Provincia di Massa Carrara, vivevano ventimila persone. Ecco il bilancio, approssimato per difetto, dei civili trucidati dai nazifascisti nelle varie frazioni:

San Terenzo Monti e Bardine di San Terenzo, 180

Vinca, 176

Valla, 114

Tenerano, 25

Mommio, 17

Ma molti altri civili – si tratta sempre di civili: bambini, vecchi, donne – furono trucidati qua e là dove offrivano un qualsiasi bersaglio alla furia omicida. Alcuni furono impiccati col filo spinato e lasciati essiccare al sole: i cartelli avvertivano: “Chi seppellirà i cadaveri sarà passato per le armi”. Quali le loro colpe, ammesso che si possa parlare di colpe?. Possono avere colpe i bambini in fasce?. Reparti della sedicesima divisione stanziavano da quelle parti. E, come era loro costume, razziavano, rapinavano, stupravano. Vuotavano le stalle, ripulivano le cantine, violentavano le donne. Il parroco, don Michele Rabino, che poi sarà il primo ad essere ucciso, andò a protestare. Altri si rivolsero ai partigiani: “Perché non intervenite? Fate qualcosa”. Intervennero, dettero l’assalto a un camion tedesco, uccisero 16 nazisti. La reazione del battaglione esploratori comandato dal maggiore Walter Reder fu immediata e, dapprima, in perfetta simbiosi con la contabilità stabilita da Hitler: dieci civili per ogni militare della croce uncinata. Ma tutte le altre vittime? Eliminate per rabbia, per odio, per ferocia cieca, per reazione a chi osava ribellarsi alle soperchierie? Nessuno ne sa dare plausibile spiegazione. Ascoltiamo i racconti e leggiamo le pagine del processo che si tenne a Perugia nel 1950 contro i repubblichini che parteciparono alle stragi.

Il Pranzo della morte

San Terenzo Monti, 19 agosto 1944, mattina. Il maggiore delle SS Walter Reder, gli stivali che l’attendente ha lucidato alla perfezione come il suo comandante esige, entra nell’osteria-generi alimentari di Mario Oligeri, a San Terenzo Monti. Con l’unico braccio che gli è rimasto, il destro, l’altro l’ha perso nella campagna di Russia, agita il frustino, lo sbatte contro gli stivali. Lo seguono, esprimendo cordialità e rispetto, altre sette SS, ufficiali e sottufficiali. “Quel giorno mi obbligarono ad aprire l’esercizio di trattoria – testimoniò Mario Oligeri il 22 settembre del 1951 a Bologna nel corso del processo contro il capo degli assassini – .

Vollero bere a profusione vermuth e vino bianco e poi mi dissero che per il mezzodì intendevano sedersi a tavola per un pranzo a base di polli, uno a testa. Difatti si ripresentarono a mezzogiorno e consumarono il pranzo, bevendo abbondante vino. Verso le 13,30 venne un portaordini, sbatté i tacchi e presentò un foglio al maggiore. Questi lesse e firmò. Il portaordini partì in direzione del villaggio di Valla. Poco dopo la scarica fatale stese sul terreno 107 infelici…” Tra loro c’erano i cinque figli di Oligeri, la moglie, la suocera. Ma ai 107, per fare conto pari (16 nazisti uccisi dai partigiani in combattimento, 160 civili da massacrare per rappresaglia) furono aggiunti 53 ostaggi che le SS s’erano portati dalla Versilia come patrimonio futuro di sangue. Secondo altre versioni, le vittime furono in verità, 170, con un eccesso di dieci, come fecero del resto alle Fosse Ardeatine Kappler e Priebke. Fu Oligeri a riconoscere al processo di Bologna Reder, anche se si era tinto i capelli, anche se lo avevano sistemato tra altri quattro in modo tale che non si scorgesse la sua menomazione: “E’ lui, è lui”, gridò, “assassino, hai sterminato la mia famiglia, assassino…Mi riconosci, eh, mi riconosci?…Signor presidente del tribunale, ecco di cosa è capace un essere umano…” Fino a quel giorno Reder aveva sempre smentito di essere stato a Fivizzano nei giorni delle stragi.

Racconta Roberto Oligeri, nato dal secondo matrimonio di Mario: “E così quel giorno mio padre ebbe sgraditissimi ospiti a pranzo…il destino fece incontrare questi due uomini così diversi. Lui, il babbo, che aveva un alto concetto della vita, dell’onore, dei rapporti con le altre persone. Nella grande guerra era stato timoniere della “Regina Elena”, così coraggioso e determinato da disattendere anche ordini che avrebbero potuto provocare il naufragio: ne ebbe onorificenze e attestati. L’altro, che dovette scappare dalla sua natia Austria (come il capitano della stessa divisione, Anton Galler, comandante delle SS che portarono morte e terrore a Stazzema, n.d.a.), implicato nell’assassinio del cancelliere Dolfuss che non si voleva piegare a Hitler…Già dopo l’attacco partigiano che fu la risposta dovuta alle ormai insopportabili sopraffazioni naziste, si era sparsa la voce che le SS si sarebbero vendicate. La maggior parte delle famiglie decise di lasciare l’abitato e trasferirsi nella fattoria di Valla, a un chilometro di distanza, in aperta campagna. Il babbo era contrario, ma alla fine acconsentì anche perché era sicuro che nessuno avrebbe potuto far del male a donne, vecchi, bambini: il più piccolo dei miei fratelli aveva tre mesi. A sorvegliare la casa, il negozio e la locanda rimase lui e l’anziana aiutante. Adalgisa Terenzoni, alla quale toccò cucinare il pranzo. ‘Un pollo arrosto a testa per ognuno di noi’, aveva ordinato il monco con la sua aria arrogante. E la povera Adalgisa si era messa subito ai fornelli, terrorizzata perché quelli che stavano intorno si divertivano a puntarle le pistole, a mimare lanci di bombe a mano. A mio padre era toccato l’arduo compito di servire quell’accozzaglia di banditi. Ma servire è termine sbagliato, mi disse una volta: gli forniva quel che chiedevano, ecco.

Ripeteva: ‘Li disprezzavo, ma non potevo fare altro, e lo facevo con tutto il distacco possibile’. Nel primo pomeriggio, a pranzo quasi ultimato, così mi ha riferito spesso il babbo, arrivò una staffetta. Il solito sbatter di tacchi, saluti nazisti, l’intercalare rauco e sommesso di quella lingua incomprensibile. A Reder furono consegnati dei fogli, lui guardò rapido e firmò. Era la condanna a morte, poi si capì, dei miei concittadini che si erano rifugiati a Valla. Subito dopo Reder, tramite un interprete, si mise a far domande a mio padre, gli chiese anche se avesse famiglia, alla sua risposta affermativa, domandò dove fossero moglie e figli. Il babbo rispose: ‘In una fattoria qui vicino, si chiama Valla’. Il monco si alzò di scatto, dette un paio di ordini e se ne andò senza neanche salutare. I suoi rubarono tutto il possibile e devastarono i locali”.

C’ è anche un’altra testimonianza diretta e drammatica, quella di Ines Paoletti, madre di Roberto, che il padre sposò in seconde nozze. Era la nipote di Don Michele Rabino, il parroco ucciso dai nazisti perché ritenuto amico dei partigiani[3]: “Sentii degli spari, poi grida: ‘Pastore kaputt, pastore kaputt’. Erano le SS che lo avevano ucciso a urlarmi, forse trionfanti, quelle parole. Don Michele giaceva riverso in un lago di sangue, ovunque era schizzata materia grigia. Ricordo i volti dei nazisti, dicevano che lui era il capo dei partigiani, quelli non erano uomini, ma demoni giunti a spargere dolore sulla Terra. Con la forza della disperazione riuscii a portare il corpo dello zio all’interno della canonica… Da fuori vennero sparati dei razzi di segnalazione, poco dopo sentii un’interminabile sequela di raffiche. Avvertii anche delle grida strazianti provenire dalla parte di Valla…Terrorizzata fuggii verso un’altura vicina, da dove si vede la Lunigiana a perdita d’occhio. Bruciava tutto, cascinali, stalle, case, selve, uomini e armenti”.

Spiega Roberto Oligeri, attingendo dalle memorie dei genitori: “Mentre questo accadeva a San Terenzo e nelle altre frazioni di Fivizzano, lungo la strada dove due giorni prima i partigiani avevano attaccato i nazisti, i 53 ostaggi sequestrati in Versilia veniva impiccati col filo spinato agli alberi circostanti o a carcasse di camion lì abbandonate. Accanto ai corpi sfigurati – erano stati anche torturati – misero un cartello. ‘Questo è quello che succede a chi tocca i soldati tedeschi’. Ma la furia nazista durò anche durante il mese di settembre. Ci fu un’autentica caccia, disperata per le vittime, inumana da parte degli assassini: molti superstiti si erano rifugiati in grotte, anfratti e nel fitto della boscaglia…Quanti morti? E chi lo sa esattamente? Ben più di cinquecento tra Fivizzano e dintorni…Non ci sono solo Marzabotto e Sant’ Anna di Stazzema. Laggiù, giustamente hanno esaltato i sacrifici, le vittime, le lotte, la memoria di quel passato. E hanno ottenuto, ripeto giustamente, la medaglia d’oro. A noi è stata assegnata una medaglia d’argento come se fossimo di serie B: ha influito purtroppo, la divisione creatasi in paese tra chi dava la colpa ai partigiani e chi ai nazifascisti…Poi l’Armadio della vergogna che ha coperto tutto per 50 anni. E ci sono voluti quasi altri dieci anni per arrivare alla Commissione parlamentare di inchiesta, ma questo, si sa, è il Paese di Pulcinella”.

In una pubblicazione dell’epoca, oltre ad un interminabile elenco di vittime, vengono citate le varie frazioni di Fivizzano date alle fiamme: San Terenzo Monti, Bardine di San Terenzo, Colle, Maglietola, Gallogna, Corsano, Lorano, Vezzanello, Campiglione, Cecina, Marciaso, Posterla, Terma, Bardine di Cecina, Tenerano, Canova, Pulica, Vinca, Monzone Alto, Isolano, Ponte Vecchio, Zuccheletto di Posterla, Antognago di Posterla, tutti i casolari della Val di Pescaiola, tutti i casolari della Val del Pescioleta, tutti i casolari della Val di Bardinello”. Segue una nota: “Tutti questi paesi e contrade furono bruciati il 24-25-26-27 agosto 1944 dal battaglione  SSPz AA16, al comando di Reder e delle Brigate nere. I tedeschi uccisi a Bardine di San Terenzo Monti sono 16 più un ferito trasportato con una barella della Pubblica Assistenza dalle donne di San Terenzo Monti, a piedi, a Fosdinovo. A Tendola incontrarono una camionetta di soldati tedeschi in perlustrazione ai quali consegnarono il ferito”. Conclude Roberto Oligeri: “A tanti anni di distanza mi stupisco ancora che i giudici del tribunale di Bologna abbiano perseguito solo Reder e non anche i suoi mandanti e i suoi complici…ma forse c’è da stupirsi che quel processo sia stato fatto”.

SS e Brigate nere

Nella motivazione della sentenza emessa dalla Corte di Assise di Perugia il 21 marzo 1950 si descrivono rappresaglie contro la popolazione di Vinca, dal 24 al 27 agosto 1944, e di Bergiola, siamo sempre in territorio di Fivizzano, il 16 settembre dello stesso anno.

   “Queste azioni costituiscono due dei più gravi episodi della collaborazione nazifascista…la sera del 23 agosto 1944 giunse a Carrara un ufficiale superiore delle SS (sembra fosse Walter Reder, n.d.a.), il quale adunò in una stanza del comando tedesco tutti gli ufficiali e poscia conferì  col colonnello Giulio Lodovici, federale di Carrara e vicecomandante di quella brigata nera, all’uopo convocato per telefono. Al Lodovici, reduce da un’azione contro partigiani al Ponte di Vara, fu chiesto se fosse disposto a partecipare ad un’altra azione. Rispose affermativamente…”Disse che avrebbe potuto disporre di un centinaio di uomini entro un’ora: “Avvenne così che nelle prime ore del 24 agosto colonne di automezzi tedeschi e italiani si avviarono verso la Valle del Lucido…precedevano i tedeschi che a Gragnola rastrellarono una cinquantina di persone, uccidendone otto o nove, e distruggendo quattro case. A Monzone Alto bruciarono il paese…il colonnello Lodovici intervenne a favore dei rastrellati…cinque di loro, soltanto furono deportati in Germania…a Monzone Basso un’altra persona (Poli Alberto) fu uccisa da un soldato tedesco avvinazzato, ma gli eccidi veramente disumani avvennero a Vinca…” Il paese fu saccheggiato, devastato, incendiato, quasi tutti gli abitanti tranne i pochi che riuscirono a fuggire, furono sterminati. “I morti furono quasi 200, tra cui 29 donne e bambini, uccisi con mitraglia e bombe a mano in un chiuso denominato Mandrione; una bimba di due mesi (Battaglia Nunziatina)  uccisa al volo dopo essere stata lanciata in aria; una donna (Papa Ercolina) denudata e impalata; una donna incinta (Marchi Alfierina) squartata; una malandata sessantacinquenne bruciata viva con un lanciafiamme (teste Marchi Ilma); due vecchi (Boni Silvio e Mattei Paris) bruciati vivi nelle loro abitazioni date alle fiamme; un cieco della prima guerra mondiale abbattuto mentre tentava di nascondersi in un campo prossimo all’abitato; altre donne uccise malgrado avessero invocato pietà…Gli autori di così efferate carneficine asportarono dallo sventurato paese camion di roba…diversi brigatisti neri tornati da Vinca furono notati in possesso di asciugamani, lenzuola, altra biancheria e oggetti casalinghi…”

Sempre dalla sentenza di Perugia.

Milite repubblichino Andrea Pensierini: prima negò di aver partecipato alla spedizione, poi ammise. Un altro milite, Agostino Nana, lo sentì in una barberia che si vantava di aver ucciso una giovane donna, di averle tolto la fede, che ora lui esibiva, e di averle preso dalla sua borsetta 30 mila lire. “Racconta, racconta, chè qualche giorno te la faranno pagare” gli disse. Ribatté l’imputato: “Guarda che se tu parli così io ti denuncio al generale Biagioni (comandante della brigata nera di Carrara n.d.a)”.

Milite repubblichino Elio Ussi. Un teste, Giuseppe Boni vide quattro brigatisti neri uccidere tre donne. Uno di loro, appunto l’Elio Ussi, frugò i cadaveri, asportando un portafoglio.

Caporalmaggiore repubblichino Giovanni Tomagnini, detto Sergio: “Moracchini Giovanni disse che era stato uno dei più facinorosi e che si vantò con Porta Benito di aver ucciso e squartato una donna incinta…Dopo i fatti di Vinca l’imputato, in un’osteria, voleva brindare col padre ‘per la donna che aveva squartato’. Il padre, per tutta risposta gli aveva gettato il contenuto del suo bicchiere sul viso dicendo ‘io non brindo con un assassino. Per tutta risposta un altro repubblichino aveva vibrato una bastonata al padre di lui”.

Caporalmaggiore Giuseppe Diamanti, detto Gatton: uccise e rapinò più volte. Partecipò al tiro a segno contro la piccola lanciata in aria e presa come bersaglio di abilità sparatoria. “Ai commilitoni che gli chiedevano: ‘O’ Gatton, quali sono gli ordini? lui rispondeva: ‘quanti ne vedete, tanti ne ammazzate’.

Anche all’azione di Bergiola, svoltasi nel pomeriggio del 16 settembre, parteciparono i repubblichini di Carrara. Qui una novantina di persone, radunate nel cortile della scuola, fu sterminata con mitragliatrici e bombe a mano. Secondo i giudici di Perugia, il movente essenziale di quelle carneficine non fu tanto la rappresaglia, quanto “ordini generali del comando tedesco, tendenti a eliminare le forze partigiane” facendo terra bruciata intorno a loro.

Durante il processo gli assassini italiani individuati si scagliarono l’uno contro l’altro accusandosi a vicenda di aver partecipato a quelle azioni. Il loro comandante, colonnello Lodovici, era stato assolto nel corso di un precedente processo. Fu lui infatti, a comandare quella banda di criminali. E, certamente, non poteva bastare il suo intervento a favore di alcuni ostaggi di contro alla carneficina che aveva guidato, a farlo uscire indenne dalla scena.

La corte di Perugia comminò qualche ergastolo, un po’ di condanne a trent’anni e numerose assoluzioni per insufficienza di prove. Ma c’era l’amnistia promulgata il 22 giugno del 1946: gli ergastoli furono commutati in 19 anni di reclusione e le altre pene a nove anni. Successivamente con altri colpi di spugna legislativi le condanne furono ulteriormente ridotte o annullate.


[1] Franco Giustolisi – L’armadio della vergogna – Nutrimenti Roma 2004. Seconda parte. La divisione assassina pagg.97-105 

[2] Carlo Gentile in AA.VV., Tra storia e memoria, Carocci, 2003

[3] Secondo Ivan Tognarini, presidente dell’Istituto della Toscana per la storia della Resistenza, furono 276 i sacerdoti massacrati dai nazifascisti contro ‘i supposti’ 80 uccisi da mani rimaste spesso sconosciute dopo la Liberazione. Fu lo stesso segretario del partito fascista repubblichino, Alessandro Pavolini, a riconoscere la generalizzata avversione al regime di Salò del clero di base. Scrisse, come è riportato nel volume Il clero toscano nella Resistenza, Nuova Europa editrice, 1975: “Giornali, propaganda e radio della Rsi non possono nulla contro le  migliaia di parroci che ci sono contrari”.