GIOVANNI MARIA FLICK: MEMORIA, VERITA’ E GIUSTIZIA

Intervento del Prof. Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, alla presentazione della seconda edizione del Premio di giornalismo “Giustizia e Verità – Franco Giustolisi” – Roma, Senato , 8 giugno 2016.

Non sempre memoria, verità e giustizia coesistono, come dimostrano le vicende che seguirono alla lotta di liberazione. I nazisti (spesso con l’aiuto di collaborazionisti) perpetrarono fra il 1943 e il 1945 centinaia di eccidi in Italia: la penisola era divenuta terra di occupazione, in una guerra “totale” che aveva annullato pietà e distinzioni fra combattenti e popolazione civile; inserita – prima come complice, poi come vittima – nel perverso disegno di asservire l’Europa al dominio nazista, era divenuta in parte “preda bellica”, terra da sfruttare e in cui consumare la vendetta per il “tradimento” dell’8 settembre 1943. Per fortuna si era sviluppata una resistenza non soltanto combattente, ma anche civile e di popolo. Ciò può forse, in qualche modo e in parte, spiegare, ma certo non giustificare minimamente l’odio dell’occupante verso la popolazione civile, percepita come protettrice, reale o potenziale (e talvolta immaginaria, almeno nell’ampiezza) di uomini della resistenza, renitenti alla leva repubblichina, ebrei.

Furono non meno di cinquecento gli eccidi commessi dall’occupante tedesco e circa venticinquemila le vittime civili, in gran parte anziani, donne e bambini; ad esse si devono aggiungere gli eccidi di militari. La risposta di giustizia fu amaramente riduttiva; per quegli eccidi – evidenti violazioni delle leggi e delle convenzioni internazionali, crimini di guerra e contro l’umanità non soggetti a prescrizione – nel primo dopoguerra si celebrarono soltanto pochi processi per un duplice motivo. A partire dal 1947-48 prevalsero la ragion di Stato, la necessità di non ostacolare il riarmo della nuova Germania nel quadro politico e internazionale della “guerra fredda” e degli equilibri maturati dopo Yalta; e prevalse la volontà di non accertare la responsabilità per i crimini di guerra commessi da militari italiani, qualitativamente – anche se non quantitativamente – non inferiori a quelli nazifascisti.

L’armadio trovato casualmente nel 1994 negli scantinati della Procura generale militare di Roma – con le ante rivolte verso il muro a celare migliaia di fascicoli spesso già corredati di prove – manifesta la volontà di occultamento che un cinismo burocratico formalizzò con migliaia di decreti di “archiviazione provvisoria” ciclostilati (e perciò tra loro identici, se non nel numero del fascicolo). Quei decreti furono disposti dalla Procura generale presso il Supremo tribunale militare, la quale non aveva alcuna competenza in tal senso, come documentarono le indagini conoscitive del Consiglio superiore della magistratura militare, con la relazione del marzo 1999; quelle della Camera dei Deputati, con il documento conclusivo del marzo 2001; quelle di una commissione parlamentare d’inchiesta conclusasi nel 2006.

Con mezzo secolo di ritardo quei fascicoli vennero finalmente trasmessi ai magistrati competenti ad occuparsene; nel 1999 il Tribunale militare di Torino pronunciò le prime sentenze di condanna all’ergastolo, dimostrando che per quei fatti si poteva e si doveva procedere. E ancora si può e si deve procedere, almeno in parte e con limitati effetti pratici, dopo quella prima fase deludente dal dopoguerra al 1994 con pochissimi processi (una quindicina, di cui solo quattro per eccidi di eccezionale rilevanza); ed una seconda fase dal 1994 al 2002, in esito alla scoperta dell’armadio della vergogna ed alla ripresa delle indagini e dei processi. Ne sono prova alcuni fra i più importanti processi per i crimini nazifascisti, celebrati e conclusi con condanne all’ergastolo, presso il Tribunale militare di La Spezia nella terza fase di quel percorso.

E’ un percorso importante, quello della ricerca e della ricostruzione delle responsabilità per i crimini nazifascisti in Italia; dobbiamo essere grati a chi ha saputo avviarlo e tracciarlo, in un contesto di indifferenza, dimenticanza, ignoranza generalizzate.

Quel percorso venne avviato vent’anni fa dalle denunce e dal libro dell’amico giornalista Franco Giustolisi – scomparso il 10 novembre 2014 – con L’armadio della vergogna: l’armadio che conteneva i fascicoli occultati delle stragi naziste, ritrovati dal procuratore militare Antonino Intelisano nel 1994 a Palazzo Cesi-Gaddi, sede degli organi giudiziari militari.

Fu Giustolisi a scoprire quella storia; a scriverne su L’Espresso e poi nel libro, tra le sue tante inchieste; a denunziarla instancabilmente fino alla sua morte. A lui venne conferita la cittadinanza onoraria di Sant’Anna di Stazzema; in suo nome venne istituito il premio “Giustizia e verità – Franco Giustolisi” sul giornalismo d’inchiesta, di cui si celebra oggi la seconda edizione.

Nascono dal ritrovamento di quei fascicoli occultati per decenni i processi, certamente tardivi e viziati dai danni irreparabili del tempo; processi avviati e proseguiti fra gli altri soprattutto dal procuratore militare Marco De Paolis e dai suoi collaboratori. La commissione parlamentare d’inchiesta istituita nel 2003 ha lavorato con fatica e senza pervenire a conclusioni cristalline e condivise; ma ha gettato sprazzi di luce sulla ragion di Stato e sulle negligenze che furono all’origine dell’occultamento. In molti luoghi in cui avvennero quegli eccidi una visione miope e ingenerosa della storia, della stessa politica, della sofferenza breve e atroce subita dai martiri, di quella non meno atroce e senza fine dei sopravvissuti, ha creduto di barattare la medaglia d’oro al valor militare con la rinuncia alla verità.

L’Italia non ha soltanto subito questo patto scellerato; se ne è anche avvalsa per un certo tempo, come venne denunziato forte e chiaro, ripetutamente, da Franco Giustolisi. Sono stati documentati i crimini compiuti dall’esercito italiano in Jugoslavia fra il 1941 e il ’43: eccidi suggeriti da circolari e disposizioni firmate da generali, che parlano di «sgombero totalitario» per «elementi che possono trasformarsi in nostri nemici». Nonostante il cambiamento istituzionale e politico prevalse il presunto, comune interesse a silenziare gli eccidi e le foibe che ne seguirono; anche perché non pochi, tra i presunti autori dei crimini balcanici, avrebbero poi occupato posizioni di responsabilità nell’esercito e nelle istituzioni civili della nuova Italia democratica.

Ma è avvenuto anche in altri campi e ai massimi livelli istituzionali, per esempio tra gli zelanti redattori e applicatori delle leggi razziste. Uno di essi, più per la pavidità di molti che per sue capacità mimetiche, è passato – come giurista indubbiamente capace – dalla presidenza del tribunale fascista della razza nel 1938 a quella della Corte costituzionale nel 1957, dopo essere stato nel luglio 1943 ministro di grazia e giustizia del governo Badoglio e poi collaboratore di Togliatti in quel ministero.

Oggi per fortuna abbiamo saputo compiere il percorso inverso, sanare una vergogna rimasta a lungo sconosciuta; un degnissimo giudice costituzionale è divenuto presidente della Repubblica.

Mentre a Napoli la via dedicata nel 1970 a quel presidente della Corte è stata intitolata il 17 novembre 2015 a Luciana Pacifici, nata nei pressi di quella via e deportata dopo pochi mesi ad Auschwitz con la famiglia, morta di stenti nel viaggio sul vagone piombato.

Fu Giuliano Vassalli – partigiano decorato con medaglia d’argento al valor militare; uomo politico e studioso; ministro della giustizia e poi giudice e presidente della Corte Costituzionale; nella cui figura trovo molti punti ideali di contatto con quella di Franco Giustolisi – a tracciare nel 2001 il quadro riassuntivo del quasi impossibile “superamento del passato” nei paesi europei occupati a suo tempo dalle truppe tedesche.

In Italia si sarebbero dovuti perseguire – sulla base del Trattato di pace – sia i crimini di guerra commessi nei territori occupati da militari italiani fra il 1940 e il 1943 sui prigionieri nemici; sia i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da militari germanici su militari o civili italiani. Le cose tuttavia – almeno per molto, troppo tempo – andarono assai diversamente, come testimoniano le vicende dell’“armadio della vergogna” denunziate da Giustolisi.

È una storia legata alla qualità di “cobelligerante” assunta dall’Italia nei confronti degli alleati; alla crescente attenzione nel dopoguerra verso una Germania destinata a diventare nucleo sempre più essenziale dell’alleanza atlantica; alla mutata situazione politica verso i paesi dell’Est con l’avvento della cortina di ferro. Ma è anche – forse soprattutto – una storia legata alla difficoltà per l’Italia di rivendicare da un lato la consegna, il giudizio e la punizione di militari tedeschi; e di sottrarsi dall’altro lato a richieste analoghe di altri paesi nei suoi confronti, con riferimento ai militari italiani accusati o responsabili di crimini di guerra.

D’altronde fu l’“amnistia Togliatti” – varata il 22 giugno 1946 per la riconciliazione nazionale, pochi giorni dopo la nascita della Repubblica – a porre le premesse per la liberazione di numerosi fascisti, compresi taluni fra i peggiori criminali; ad archiviare numerosi processi; a sollevare risentimenti; a lasciare senza risposta molte domande. Nella ricerca di una pacificazione, il passaggio dal fascismo alla democrazia e dalla guerra alla pace fu segnato dal mancato ricambio dell’apparato statale; dalla sottovalutazione dell’impatto che il provvedimento di clemenza avrebbe avuto nel paese; dalla quanto meno troppo rapida apertura agli ex fascisti in vista di nuovi equilibri politici; dalla continuità dei vertici e degli orientamenti precedenti della magistratura.

Quest’ultima – osservò Vassalli – fu incline a una “prassi defascistizzatrice” che ignorava le responsabilità primarie dei protagonisti della politica repressiva e bellicista del regime fascista, in nome di una legalità formale: una prassi che si fondava sulla «equiparazione delle leggi della RSI a quelle dello Stato italiano; delle sentenze dei tribunali illegittimi a quelle dei tribunali legittimi; di tutto un ordinamento qualificato dalle leggi italiane come inesistente o criminoso a quello dello Stato italiano».

Fu proprio Vassalli, difensore di partigiani in molti procedimenti giudiziari, a rilevare la sperequazione tra la severità verso di essi e la clemenza verso i fascisti: «un sistema che rischiava di diventare quello dei due pesi e delle due misure», in forza della amnistia di Togliatti e della larghissima applicazione che le Corti ne avevano fatto. Nello stesso contesto e con eguale spirito, ma con l’irruenza e la passione che gli erano connaturate, si mosse la ricerca di verità e giustizia di Franco Giustolisi e maturarono le sue reiterate denunzie sino all’ultima, poco prima di morire.

La giustizia è ciò che rende viva la memoria. Da fatto privato – ancorché collettivo – che evoca il ricordo, a fatto pubblico che simboleggia e persegue (senza poterlo in effetti realizzare) il ristabilimento dell’equilibrio violato e costituisce un monito per le nuove generazioni. La memoria guarda al futuro attraverso l’esperienza (e la sofferenza) del passato. Ne abbiamo bisogno in un presente che vede riaffiorare quotidianamente l’intolleranza, il rifiuto delle diversità, l’antisemitismo, la violenza xenofoba, il fanatismo religioso, la violazione dei diritti umani a cominciare da quello alla vita.

Si assiste tuttavia anche ad alcune tendenze contraddittorie. Da un lato sembrano volersi moltiplicare le memorie; dall’altro, ritenendo maturo il tempo della conciliazione, sembrano volersi sfumare le differenze e minimizzare torti e ragioni del passato. Non ci sarebbero differenze tra resistenza e collaborazionismo; tra fascismo e antifascismo; tra parte giusta e parte sbagliata poiché – salvo i malvagi – ognuno credeva di agire nella ragione.

Non è così. Bisogna resistere, bisogna rileggere la vita e le parole dei Costituenti per non dimenticare mai che solo tenendo sempre vive le proprie radici sarà possibile riconoscere le ragioni degli altri e rispettare tutte le memorie. La nostra radice è la Costituzione che nasce dalla Resistenza e dal dialogo tra forze e ideologie diverse, le quali nella lotta di liberazione trovarono il loro comune denominatore e riscattarono la dignità della Patria. «Nelle montagne della guerra partigiana, nelle carceri dove furono torturati, nei campi di concentramento dove furono impiccati, nei deserti o nelle steppe dove caddero combattendo, ovunque un italiano ha sofferto e versato il sangue per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione»: (così Piero Calamandrei).

Che ci sia stata, con il venir meno della passione e dello spirito costituente, un po’ di retorica dell’antifascismo; che da parte di alcuni uomini e settori della Resistenza soprattutto dopo la liberazione si siano anche commessi errori, abusi; che si siano per così dire regolate questioni personali e si sia agito senza pietas – in alcune regioni al limite della guerra civile – è altra cosa.

Non va taciuta o negata (come forse si è fatto in passato); ma non può snaturarsi nella sbrigativa equazione per la quale in guerra tutti si è vittime e tutti si è colpevoli: quindi a stare dalla parte della ragione sarebbero sempre e soltanto i vincitori, perché tocca a loro scrivere la storia.

É quasi paradossale che proprio l’antifascismo, il quale avrebbe fatto abuso di enfasi retorica, si sia in fondo accontentato di poco per rivendicare le origini “dure e pure” dell’Italia repubblicana: la celebrazione di qualche episodio edificante; poche condanne emblematiche e parziali (o addirittura sentenze di improcedibilità); la concessione di meritate medaglie al valore – il sacrificio di Salvo D’Acquisto, le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto – e poi la sordina (e l’altrui impunità) su centinaia di episodi e migliaia di vittime civili, note solo alle comunità locali ed evocate sbrigativamente una volta l’anno con la deposizione di una corona.

Un diverso equilibrio è possibile e necessario. È stato possibile sul piano continentale, non può non esserlo nel Paese. L’Unione europea ha ancora tanti limiti e sta attraversando una crisi profonda; ma se ci voltiamo indietro dobbiamo stupirci per lo straordinario cammino compiuto in questo mezzo secolo, grazie all’intuizione di Adenauer e De Gasperi, Schuman e Monnet e alla coscienza europea maturata soprattutto attraverso le tragedie vissute nel XX secolo.

Tutto ciò non diluisce la memoria e non appiattisce le differenze e le responsabilità; ma rende possibile la convivenza e un equilibrio sempre meno sofferto e più rispettoso tra memoria comune (anche se non condivisa) e memorie diverse: entrambe necessarie, entrambe da rispettare e da coltivare in un’Europa la cui identità è espressa dalla unità nella diversità. Tutto ciò produce frutti straordinari, impensabili prima che avvengano; ma forse non adeguatamente conosciuti quando siano avvenuti. Penso alla visita dei presidenti di Italia e Germania, Ciampi e Rau, a Marzabotto, il 17 aprile 2002.

Ciampi ricordò che era stato il presidente tedesco a voler compiere quel gesto. E Rau, rivolto ai superstiti e ai familiari delle vittime: «Cinquantotto anni fa, soldati tedeschi hanno portato violenza e immenso dolore a Marzabotto. Oggi io sono qui per commemorarne le vittime. (…) La colpa personale ricade solamente su chi ha commesso quei crimini. Le conseguenze di una tale colpa, invece, devono affrontarle anche le generazioni successive. Non è facile trovare in questo luogo, davanti a voi, parole adeguate ad un simile orrore». È una lezione che dovrebbe valere oggi in Germania, di fronte alla resistenza e agli ostacoli posti dalla giustizia tedesca alle legittime sentenze pronunciate da giudici italiani per i crimini di guerra.

La comunità internazionale non sempre reagisce in modo tempestivo, efficace e concorde, ma è capace anche di straordinarie intuizioni. Penso al Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex Yugoslavia, anticipatore (con quello costituito per il Ruanda) della Corte penale internazionale permanente, faticosamente insediatasi e pur molto osteggiata. L’istituzione dei due tribunali denuncia anche il senso di colpa della comunità internazionale e dell’Onu per non aver saputo impedire quanto avveniva sotto i loro occhi (Srebrenica) o comunque nella loro piena consapevolezza (Ruanda); però ha già prodotto sentenze definitive.

Quel percorso finalmente, pur se troppo tardi, è stato avviato anche in Italia con l’opera e la denunzia di persone coraggiose come Franco Giustolisi; è stato tracciato attraverso i processi ai responsabili dei crimini nazifascisti ancora in vita; e il non aver saputo rendere finora giustizia, con poche eccezioni, non significa che le sciagure e le sofferenze non abbiano prodotto nulla, perché esse sono alla radice della rinascita del nostro popolo.

Il rischio che si cancelli ogni traccia di memoria è sempre presente; l’esortazione e la vigilanza sono sempre opportune, perché da ogni rievocazione, tanto più da ogni ricostruzione storica, si può e si deve scavare oltre la retorica, oltre l’agiografia, oltre i miti. Resta sempre, intatta, la sostanza: il sangue, la sofferenza, la passione, di quanti contribuirono al riscatto di un popolo sconfitto, alla rinascita e anzi allo sviluppo di istituzioni democratiche soffocate da venti anni di dittatura fascista; la scelta definitiva per la forma repubblicana dello Stato; la faticosa e proprio perciò ammirevole redazione di una Carta fondamentale che – senza alcuna modifica sostanziale nella sua prima parte e tanto più nei princìpi fondamentali – ha saputo affrontare settant’anni di progresso e di “rivoluzioni” quali non ce n’erano mai state nei secoli in Europa.

Resistenza, Liberazione e Costituzione sono intimamente collegate, ben più di quanto ogni parola possa fare; ben più di quanto qualsiasi parola possa negare. Dalla Resistenza al fascismo è venuta la libertà del popolo italiano; dalla libertà è sorta le Repubblica e si è alimentata la democrazia; alla Costituzione democratica e antifascista è stata affidata la proclamazione di questo principio; su questo principio la Costituzione fonda i suoi valori fondamentali, l’affermazione dei diritti e dei doveri.

Il presidente della Repubblica Mattarella lo ha ricordato il giorno stesso della sua elezione, prima ancora di iniziare il mandato – da semplice cittadino ma anche giudice costituzionale ancora in carica – con il pellegrinaggio alle Fosse Ardeatine, più eloquente di qualsiasi discorso; lo sottolinea quotidianamente con i suoi interventi.

La via italiana alla democrazia è passata per l’antifascismo e per la memoria; deve continuare a passare per la verità e la giustizia. Sono questi gli obiettivi del premio di giornalismo intitolato a Franco Giustolisi; è questo il modo migliore per onorarne la passione, la fatica, l’impegno e per dimostrargli gratitudine per quanto ha saputo dire e soprattutto fare.

Un ultimo rilievo. Il nostro Paese è pieno di armadi della vergogna non solo per vicende passate, ma anche per vicende attuali; anche ad essi si riferiva Franco Giustolisi, primi fra tutti i tanti, troppi armadi della vergogna di una corruzione generalizzata e sistemica che inquina quasitutti i settori e i livelli della nostra convivenza.

Per aprire quegli armadi, per contrastare quella vergogna non basta affidarsi alla sola repressione del giudice penale e delle sentenze (che di solito arrivano troppo tardi); o alla sola prevenzione attraverso la trasparenza e la semplificazione. Anche se repressione e prevenzione (soprattutto quest’ultima) sono quanto mai necessarie.

Occorre invece prima ancora denunziare con forza la cultura della vergogna nascosta; portarla alla luce; sostituirla con la cultura della reputazione. La lezione di vita e professionale di Franco Giustolisi e gli obiettivi del premio di giornalismo che oggi celebriamo valgono anche per questo.

                                                                                                              

     Giovanni Maria Flick